Carnevale 2012 – il Carnevale di Mamoiada 2012

Il Suono Oscuro della Barbagia: Il Carnevale di Mamoiada 2012

C’è un momento preciso, prima ancora di vederli apparire lungo le strade strette del paese, in cui il Carnevale di Mamoiada ti entra nelle ossa. È il suono sordo, ritmico e incalzante di decine di campanacci pesanti che sbattono all’unisono. Nel 2012, con la macchina fotografica tra le mani e l’aria pungente dell’inverno sardo a tagliare il respiro, ho cercato di catturare esattamente questo: non una semplice sfilata, ma un rito ancestrale che trasforma il tempo e lo spazio.

Dimenticate i carri allegorici, i coriandoli e le maschere ridenti. A Mamoiada il Carnevale è una faccenda seria, una danza arcaica che affonda le sue radici nei ritmi della terra e nei cicli della natura. Attraverso l’obiettivo, ho voluto isolare il contrasto viscerale che definisce questa tradizione, perfetta per le frequenze di Famolostrano.

I Mamuthones: La Fatica e il Mito Fotografare i Mamuthones significa misurarsi con l’oscurità. Le maschere di legno nero (viseras), intagliate con espressioni di patimento e impenetrabilità, incorniciano volti coperti da fazzoletti scuri. Indossano pelli di pecora ruvide e portano sulle spalle decine di chili di campanacci (sa carriga). Nei miei scatti del 2012, ho voluto esaltare la tensione muscolare e la fatica fisica di questi uomini che, con un passo cadenzato e greve, eseguono una danza di sottomissione e potenza. La vera sfida fotografica è stata fermare il movimento esatto in cui il salto culmina nel fragore assordante del bronzo, rendendo palpabile il peso materico della tradizione.

Gli Issohadores: L’Eleganza e il Controllo A fare da contrappunto visivo e narrativo, esplodono i colori degli Issohadores. Le lenti si sono concentrate sul rosso vivo dei loro corpetti, sul bianco immacolato delle loro maschere dai tratti androgini e sull’agilità felina dei movimenti. Mentre i Mamuthones avanzano chiusi nel loro tormento terreno, gli Issohadores dominano la scena. Catturare il volo del loro laccio (sa soha) mentre si snoda nell’aria per “catturare” uno spettatore – un gesto antico che porta con sé l’augurio di fortuna e fertilità – ha restituito immagini di un dinamismo assoluto, creando una linea invisibile ma tesissima tra chi compie il rito e chi vi assiste.

Un Tuffo Fuori dal Tempo Riguardare oggi le fotografie di quel Carnevale significa riaprire una finestra su una Sardegna cruda, autentica e carica di mistero. Giocare con le ombre per enfatizzare le trame delle pelli e la ruvidità del legno, per poi lasciare che i guizzi cromatici dei tessuti tradizionali rompano la scena, restituisce l’essenza di un evento che rifiuta la modernità. È un’anomalia affascinante: un momento in cui il bizzarro si fonde con il sacro, e dove l’obiettivo fotografico non si limita a registrare, ma partecipa attivamente a un mistero collettivo.

Per esplorare la galleria completa di questo reportage fotografico e scoprire altre indagini visive, potete visitare davide.baraldi.name. Per collaborazioni, stampe o semplicemente per scambiare due chiacchiere sulla fotografia di tradizioni popolari, scrivetemi a info@davide.baraldi.name.

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