"No vabbè… ma davvero stai guardando le mie foto dal cellulare? Dai, non ci posso credere! Aprile su uno schermo grande, su… fai il bravo!"

Confraternita della Solitudine
Confraternita della Solitudine: Emozione, Tradizione e Canti da Urlo
“Confraternita della Solitudine.” È così che inizia il mio racconto, un nome che suona come un sussurro antico, ma che vibra potente nelle strade di Cagliari durante la Settimana Santa. È stato proprio questo nome a guidarmi tra le pieghe del tempo, durante il rito di Su Scravamentu, uno dei momenti più toccanti e solenni che abbia mai fotografato. Non è solo una cerimonia. È una lunga camminata fatta di silenzi, canti struggenti e sguardi rivolti al cielo.
Quel giorno, partenza alle 16:30 dalla chiesa di San Giovanni. Il sole stava già piegandosi all’orizzonte, come se volesse anche lui abbassare la testa in segno di rispetto. Si marcia per ore, da Villanova fino alla Cattedrale, e no, non è una passeggiata turistica. È un pellegrinaggio emotivo. La Madonna, portata a braccia, attraversa la città per incontrare suo Figlio. Un’immagine potente, che racconta una storia senza bisogno di parole.
E i canti? Ah, i canti dei Massa! Roba da pelle d’oca. Voci che sembrano nate nelle viscere della terra, che ti entrano dentro, risvegliano qualcosa che forse nemmeno sapevi di avere. Quei cantori, alcuni parte della Confraternita della Solitudine, non si limitano a cantare: vivono ogni nota, come se stessero piangendo insieme alla Madonna.

E perché dura così tanto, ti chiederai? Perché ogni passo conta. Ogni pausa, ogni sguardo, ogni voce spezzata dal canto è un pezzo di storia che torna a vivere. E io ero lì, macchina fotografica in mano, cuore in gola, occhi pieni. Perché non si fotografa solo con la luce, ma con l’anima.
Chi sono davvero i membri della Confraternita della Solitudine?
Dietro i cappucci e le tuniche, ci sono uomini che non cercano gloria. Sono custodi silenziosi di una fede che ha superato i secoli. Fondata nella seconda metà del 1500, durante la dominazione spagnola, la Confraternita prende vita come “Pia associazione” per poi diventare Arciconfraternita nel 1603 sotto il pontificato di Clemente VIII.
Il loro nome completo? Confradia de Nuestra Señora de la Soledad, un richiamo alla Madonna rimasta sola dopo la morte del Figlio. La loro prima casa spirituale? La chiesa di Santa Maria de Portu Gruttis, sorta sopra un’antica necropoli e legata al commercio del sale. Un luogo intriso di storia, di sale e di fede.

Dove si trova oggi la Confraternita della Solitudine?
Oggi, il cuore pulsante della confraternita è nella chiesa di San Giovanni Battista, nel quartiere Villanova. Un trasferimento strategico, avvenuto intorno al 1638, pensato per rendere meno arduo il percorso verso la Cattedrale durante i riti pasquali. Quel tragitto, un tempo impervio, ora è un ponte tra il presente e un passato che non vuole morire.
E sì, purtroppo l’antica chiesa di San Bardilio, loro prima casa, è andata perduta nel 1929. Una perdita immensa, ma le storie, si sa, sopravvivono alle pietre quando ci sono cuori pronti a custodirle.
Quando opera l’Arciconfraternita oggi?
Oltre alla Settimana Santa, la Confraternita della Solitudine è attiva tutto l’anno. Il 24 giugno celebra la nascita di San Giovanni Battista, mentre il 15 settembre porta in processione la Madonna Addolorata per le vie del centro storico. A Natale? C’è la Novena, vissuta con la stessa intensità. Uno slancio costante, una fiammella di devozione che non si spegne mai.
Lo statuto è stato rivisto due volte, nel 1974 e nel 1995, per adattarsi ai tempi moderni senza snaturare lo spirito originale. Non è facile custodire un’eredità così antica, ma i confratelli lo fanno con una passione che si sente addosso.
Perché tutto questo mi ha toccato nel profondo?
Perché, per me, questo non è stato un semplice evento fotografico. È stata una storia viva, pulsante. Ogni volto, ogni passo, ogni sguardo verso l’alto mi ha insegnato qualcosa. La Confraternita della Solitudine non è un gruppo di uomini in costume. È un ponte tra generazioni, tra dolore e speranza, tra silenzio e canto.
E mentre scattavo, non pensavo più solo alla composizione o alla luce. Pensavo alla Madonna. Pensavo al figlio. Pensavo al dolore e all’amore, quelli che non hanno bisogno di parole. Pensavo che, forse, anche io per un attimo, ne facevo parte.
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