Riflessione fotografica

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Riflessione fotografica a modo mio!

Riflessione fotografica. Già queste due parole insieme dovrebbero farci accendere una lampadina. Non tanto per nostalgia o malinconia, quanto per una semplice verità: la fotografia sta cambiando, e forse siamo noi a non volerlo accettare. Sento spesso dire che “la fotografia è morta”, che “non ci sono più le foto di una volta”. Eppure, chi lo dice lo fa con un telefono in mano, magari proprio mentre scrolla immagini su Instagram. Paradossale, no?

Ho riflettuto parecchio prima di scrivere questo pezzo. Non per paura, ma per onestà. Volevo condividere un pensiero, a modo mio, partendo dalla mia esperienza. Oltre al mio progetto Famolostrano, che mi riempie il cuore e lo zaino di storie visive, lavoro nella comunicazione da più di vent’anni. Non vendo corsi, non prometto formule magiche. Osservo. Analizzo. Mi adatto. E nel farlo, ho capito che la comunicazione è cambiata. Ma cosa c’entra la fotografia con tutto questo?

C’entra eccome. Perché la fotografia è comunicazione. E se cambia una, cambia anche l’altra. La frase che sento più spesso è: “Sì, ma le foto con il telefonino non sono la stessa cosa!”. Magari è vero. Ma allora perché tutti scattano col telefonino? È semplice: lo abbiamo sempre in mano. È il nostro compagno quotidiano. E, più ancora, è diventato lo specchio della nostra identità.

Ricordo il mio primo iPhone. Era il 2018. Le immagini iniziavano ad essere verticali. All’inizio mi sembravano sbagliate. Oggi, nel 2025, il verticale è diventato lo standard. Ma cosa significa questo, esattamente? Significa che abbiamo cominciato a guardare il mondo in verticale, mentre il mondo resta orizzontale.

I fotografi, quelli veri, dovrebbero parlare di questo. Non solo di megapixel e obiettivi luminosi, ma delle rivoluzioni silenziose che ci scorrono davanti agli occhi. Perché queste rivoluzioni ci riguardano, ci plasmano. Ci trasformano.

Nel mondo orizzontale vediamo gli altri. Nel mondo verticale vediamo solo noi stessi. Selfie. Video. Storie. Inquadrature centrate sull’”io”, non sul contesto. E non è solo una questione tecnica, ma esistenziale. Lo smartphone in verticale taglia via tutto ciò che non siamo noi. L’altro scompare. E con lui anche la narrazione complessa, quella che dà senso e profondità a un’immagine.

La riflessione fotografica che voglio proporre è questa: se tutto diventa “noi”, cosa rimane del mondo? La fotografia dovrebbe farci vedere oltre. Invece, sempre più spesso ci fa vedere solo ciò che ci piace, o ciò che l’algoritmo pensa che ci piaccia. Viviamo dentro una bolla visiva, fatta di like, scroll, contenuti suggeriti. E perdiamo la meraviglia della scoperta.

Non fraintendetemi: non ho nulla contro la fotografia digitale o i social. Anzi. Li uso, li studio, li sfrutto per comunicare. Ma resto convinto che la differenza la faccia l’intenzione. Non lo strumento. Puoi avere una reflex da 5000 euro e fare foto vuote. O uno smartphone usato e creare poesia.

La fotografia perfetta non esiste. Esiste la fotografia che ci rappresenta. Che racconta, che emoziona, che resiste. Che si evolve con noi. Come il passaggio dal gas alla piastra a induzione: cambia il mezzo, non la voglia di cucinare. Cambia il formato, non la passione per lo scatto.

E allora, forse, dovremmo smettere di dire che la fotografia è morta. Forse dovremmo iniziare a parlare di fotografia con gioia. Raccontare cosa ci spinge ancora a scattare. Anche se lo facciamo in verticale. Anche se usiamo un telefono. Anche se l’inquadratura è stretta, e il mondo fuori campo.

Il mio progetto Famolostrano nasce proprio da questo: dalla voglia di raccontare la realtà con occhi nuovi. Con una macchina fotografica al posto del liuto. Come un menestrello moderno che gira per le strade e raccoglie storie. Non metto in posa nessuno. Mi affido all’istinto. All’osservazione. E ogni fotografia diventa un pezzetto di racconto. Una riflessione visiva, prima ancora che estetica.

Il cambiamento della fotografia non è solo una questione tecnologica: è un cambio di prospettiva, di ruolo, di significato. Un tempo la fotografia era testimonianza. Oggi rischia di diventare rappresentazione. Prima cercavamo l’altro, ora cerchiamo noi stessi, il “mi piace”, il “fatti vedere”, per emergere secondo le logiche di un semplice algoritmo. Ma se vogliamo davvero che questa arte continui a vivere, dobbiamo ritornare a vederla come uno strumento per capire il mondo, non solo per mostrarci al mondo. Dobbiamo ridarle profondità. Rallentare lo sguardo. Ritrovare la voglia di raccontare, non solo di apparire.

La fotografia è sempre stata un mezzo per condividere e conoscere. Oggi, troppo spesso, sembra solo una gara a chi è più bravo, a chi ottiene più visibilità, a chi decifra meglio l’algoritmo. Ma anche questo, nel bene e nel male, è cambiamento.

E tu, che ne pensi? Pensi che la fotografia sia come la tua attività: era così e così resterà? O credi anche tu che la comunicazione, come tutto, stia cambiando? Non viviamo nel passato, guardiamo almeno al presente — e per chi osa, anche al futuro. Come provo a fare io, Davide Baraldi. Restare aggiornati, rimanere vivi.

Fammi sapere se vuoi!

Disclaimer

Famolostrano di Davide Baraldi
Famolostrano di Davide Baraldi

Davide Baraldi Narratore digitale e anima di Famolostrano, racconto il mondo attraverso la fotografia, catturando storie autentiche, emozioni sincere e dettagli nascosti.
Ogni scatto è un frammento di vita, un viaggio visivo che trasforma l’ordinario in straordinario, con l’obiettivo di emozionare, incuriosire e lasciare un segno.

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