"No vabbè… ma davvero stai guardando le mie foto dal cellulare? Dai, non ci posso credere! Aprile su uno schermo grande, su… fai il bravo!"

Ardia di San Pietro e Paolo
Ardia di San Pietro e Paolo: perché ogni anno torno a Dualchi
Ardia di San Pietro e Paolo è una delle tradizioni più sentite della Sardegna e ogni paese la vive con il proprio carattere. Tra tutte quelle che ho avuto la fortuna di fotografare, quella di Dualchi continua a essere una delle mie preferite. Ci sono tornato anche quest’anno insieme al mio amico Eugenio e, mentre preparavo lo zaino, mi sono accorto che avevo la stessa curiosità della prima volta. Non cercavo la fotografia perfetta, quella ormai ho capito che non esiste. Cercavo piuttosto quelle piccole scene che ogni anno cambiano e che rendono questa manifestazione diversa da tutte le altre.
Avevo già raccontato l’Ardia di Dualchi in un altro articolo, soffermandomi maggiormente sulla storia e sul significato della manifestazione. Questa volta, invece, ho preferito raccontare semplicemente la mia giornata, perché penso che sia il modo migliore per trasmettere quello che si prova quando si arriva in un piccolo paese della Sardegna e si aspetta che tutto abbia inizio.

Il paese si sveglia lentamente
Siamo arrivati verso le cinque del pomeriggio. Faceva caldo, inutile negarlo, ma c’era anche una leggera brezza che rendeva l’aria decisamente più piacevole rispetto a quello che immaginavo. Le strade erano ancora tranquille e per qualche minuto sembrava che non dovesse succedere nulla.
Poi, piano piano, il paese ha iniziato a cambiare volto.
Sono comparsi i primi cavalli, qualcuno veniva lavato davanti a casa, altri passeggiavano accompagnati dai proprietari mentre le famiglie preparavano selle e finimenti. È uno dei momenti che preferisco perché tutto avviene con una naturalezza incredibile. Nessuno corre, nessuno sembra preoccuparsi dell’orario. Ognuno sa perfettamente cosa deve fare e lo fa con quella calma che appartiene alle tradizioni vissute da sempre.
È lì che capisci una cosa importante: il cavallo non è soltanto il protagonista della corsa. Fa parte della famiglia, della storia di chi vive questa giornata e del legame che unisce il paese.

Quest’anno ho cambiato anche il mio modo di fotografare
Chi mi segue sa che fotografo quasi sempre con ottiche grandangolari. Mi piace entrare dentro la scena e raccontare anche quello che succede intorno ai protagonisti. Questa volta, però, ho deciso di provare qualcosa di diverso.
Con me avevo la Fujifilm X-T5 e ho utilizzato soprattutto il 18 mm, una focale che secondo me rappresenta un ottimo compromesso. Non è ampio come il 16 mm, ma nemmeno stretto come un’ottica più lunga. Mi ha permesso di lavorare bene sia durante i preparativi sia nei momenti più dinamici della manifestazione.
Nello zaino avevo anche il 70-300 mm, cosa abbastanza insolita per me. Chi mi conosce sa che normalmente preferisco uscire con un solo obiettivo, ma durante l’Ardia ci sono situazioni in cui un teleobiettivo aiuta a cogliere dettagli che altrimenti sfuggirebbero.
La verità, però, è che alla fine l’attrezzatura passa sempre in secondo piano. Le fotografie migliori nascono quando smetti di pensare alla macchina fotografica e inizi davvero a osservare quello che hai davanti.

La corsa è spettacolare, ma il racconto inizia molto prima
Quando è arrivato il momento del raduno davanti alla casa del Primo Bandera il paese aveva ormai cambiato completamente atmosfera. Le persone seguivano ogni movimento dei cavalieri, gli amici si salutavano, i bambini cercavano un punto da cui vedere meglio e l’attesa cresceva minuto dopo minuto.
La cavalcata, come sempre, regala emozioni forti. Il rumore degli zoccoli, la polvere che si alza e la velocità dei cavalli sono immagini che colpiscono chiunque le veda per la prima volta.
Eppure, riguardando le fotografie una volta tornato a casa, mi sono accorto che quelle a cui sono più affezionato non sono le immagini della corsa.
Sono gli sguardi.
Le mani che sistemano una briglia.
Un cavallo che aspetta tranquillo.
Le persone che osservano in silenzio.
Sono dettagli che spesso passano inosservati, ma che raccontano molto meglio l’anima di questa manifestazione.

Le tradizioni vivono se continuiamo a partecipare
Una cosa che mi ha colpito rispetto allo scorso anno è stata la presenza di meno persone. Qualcuno mi ha parlato del caldo, altri di eventi organizzati nello stesso periodo. Non so quale sia la spiegazione giusta e, probabilmente, ce ne sono diverse.
Quello che so è che le tradizioni hanno bisogno di essere vissute, non soltanto ricordate.
Sempre più spesso si partecipa a un evento una volta sola, si scattano qualche fotografia e poi si passa a quello successivo. È un peccato, perché manifestazioni come questa cambiano continuamente. Cambiano le persone, cambiano i bambini che diventano grandi, cambiano i cavalli e cambia persino la luce con cui il sole illumina le strade del paese.
Per questo continuo a tornarci.

Fotografare significa raccontare la realtà
Da oltre vent’anni porto avanti Famolostrano con un’idea molto semplice: raccontare la Sardegna senza costruire nulla. Non mi interessa chiedere alle persone di mettersi in posa o ricreare una scena. Preferisco aspettare che le cose accadano e cercare di coglierle nel momento giusto.
È un modo di fotografare che richiede pazienza, ma è anche quello che mi emoziona di più. Ogni fotografia diventa un piccolo documento, un frammento di memoria che racconta non soltanto una festa, ma anche le persone che la rendono possibile.
In fondo mi sento più un documentarista che un fotografo di eventi. Mi piace osservare, ascoltare e lasciare che sia la Sardegna stessa a raccontarsi attraverso i suoi gesti più semplici.
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Ci vediamo il prossimo anno?
Mentre tornavo verso casa pensavo che, probabilmente, il prossimo anno sarò di nuovo qui. Non perché mi aspetti qualcosa di completamente diverso, ma perché so già che sarà diverso.
È questo il bello delle tradizioni: sembrano sempre uguali, ma ogni volta raccontano una storia nuova.
E tu, ci sei mai stato all’Ardia di San Pietro e Paolo di Dualchi? Se stai pensando di andarci il prossimo anno, il mio consiglio è semplice: arriva con un po’ di anticipo, dimentica per qualche ora la fretta e osserva quello che succede prima della corsa. È lì che, almeno per me, nasce il racconto più bello.
Se invece l’hai già vissuta, raccontami la tua esperienza nei commenti. Sono curioso di sapere quale momento ti è rimasto più impresso.
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