"No vabbè… ma davvero stai guardando le mie foto dal cellulare? Dai, non ci posso credere! Aprile su uno schermo grande, su… fai il bravo!"

Is Fassonis a Santa Giusta
Is Fassonis a Santa Giusta: una sfilata, una regata e i guardiani della laguna
Ci sono tradizioni che si possono raccontare leggendo libri e documenti. E poi ce ne sono altre che bisogna vedere, ascoltare e, possibilmente, fotografare. La Regata de Is Fassonis di Santa Giusta appartiene decisamente alla seconda categoria. Questa volta vi porto con me tra gli abiti tradizionali del paese, le mani di un maestro dell’intreccio e quelle strane e meravigliose imbarcazioni che ancora oggi scivolano sull’acqua della laguna.
Vi racconto a modo mio la sfilata e la Regata de Is Fassonis a Santa Giusta. E voglio cominciare dalle persone.
Prima ancora della regata, prima delle fotografie e prima della laguna, infatti, voglio fare i complimenti a un padre e a un figlio: Davide e Marco Pilli. Ho avuto il piacere di conoscerli tantissimi anni fa, durante un servizio fotografico, e posso assicurarvi che sono persone che amano profondamente quello che fanno. Lavorano nella laguna e, soprattutto, continuano a tramandare qualcosa che rischierebbe altrimenti di andare perduto.
Il mio applauso va a loro e, naturalmente, a tutte le persone che lavorano nella laguna di Santa Giusta. Perché siamo nel 2026 e vedere ancora ragazzi giovani dedicarsi a una tradizione così antica non è affatto scontato. Io li chiamerei i guardiani della laguna.

Il mio arrivo a Santa Giusta
Ma andiamo con ordine. Parcheggio la macchina e, da queste parti, la gentilezza non si fa aspettare. Appena scendo mi chiedono: «Sta cercando la regata?»
In realtà no. O almeno, non ancora. Prima voglio raggiungere il Comune perché c’è una persona che mi aspetta e che non vedo da tantissimi anni: Severino Zucca, maestro dell’intreccio. Anche con lui, in passato, ho avuto la fortuna di realizzare un servizio fotografico mentre lavorava. Rivederlo proprio in una giornata dedicata alle tradizioni di Santa Giusta assume quindi per me un significato particolare.
E davanti al Comune c’è già qualcosa che merita di essere osservato.

L’Anguilla di Marte
Se non siete mai stati a Santa Giusta, quando arriverete davanti al Municipio guardatevi intorno. Qui incontrerete l’Anguilla di Marte, l’opera dell’artista santagiustese Salvatore Garau.
È una presenza difficile da ignorare e allo stesso tempo una di quelle opere che raccontano qualcosa del luogo in cui sono nate. La grande coda dell’anguilla faceva parte del paesaggio urbano già da circa quindici anni quando, nel maggio del 2025, è arrivato il completamento dell’opera con l’inaugurazione della monumentale testa, collocata dietro il Municipio. L’opera è dedicata proprio allo stagno di Santa Giusta, un ambiente storicamente legato anche alla pesca delle anguille.
È quasi un’introduzione perfetta a ciò che sto per vedere. Perché qui tutto, in un modo o nell’altro, sembra riportare alla laguna.
La sfilata e quei piccoli costumi che raccontano il futuro
Giro l’angolo e trovo già gli sfilanti. Uomini, donne, ragazzi e bambini. E naturalmente Severino, con una nassa realizzata dalle sue mani.
Comincio a fotografare, a modo mio. Quello che mi colpisce maggiormente, però, non è soltanto la bellezza degli abiti tradizionali. Sono i bambini. Sono tanti: piccolissimi alcuni, un po’ più grandi altri, tutti dentro una sfilata che improvvisamente non mi sembra più soltanto una rappresentazione del passato.
Perché una tradizione sopravvive davvero soltanto quando qualcuno più giovane decide di portarla con sé. E vedere così tanti bambini sfilare con il gruppo di Santa Giusta è probabilmente una delle immagini più belle della giornata.
La sfilata non è lunghissima. Attraversa alcune vie del paese e io continuo a fotografare. Non è mia consuetudine soffermarmi così tanto sui bambini durante questo genere di manifestazioni, ma questa volta non posso evitarlo. I piccoli sfilanti, con i loro abiti, diventano quasi naturalmente protagonisti del mio racconto fotografico.
Poi noto un’altra cosa.
Fa caldo. Molto caldo. E lungo le strade ci sono diverse persone anziane. Alcune hanno scelto di non affrontare il sole e di aspettare semplicemente davanti alla porta di casa. Aspettano che passi il gruppo.
È un’immagine semplicissima, forse persino insignificante per qualcuno. Per me no. Perché in quelle persone ferme davanti alle loro case c’è una parte del senso di queste manifestazioni. Non serve essere sul palco e non serve indossare un costume. A volte basta aspettare davanti alla propria porta che passi qualcosa che conosci da tutta la vita.
La sfilata prosegue e piano piano arriviamo verso lo stagno.

Poi davanti a me compaiono Is Fassonis
Qui cambia tutto. C’è il palco degli organizzatori, ci sono le persone, ci sono fotografi e telefonini puntati verso l’acqua. E soprattutto ci sono loro: Is Fassonis, appoggiati sulla riva, pronti per entrare in laguna.
È difficile spiegare quanto siano affascinanti queste imbarcazioni quando le si vede dal vivo. Anzi, chiamarle semplicemente “imbarcazioni” sembra quasi riduttivo.
Niente motori, niente tecnologia. Materiali della laguna, abilità, equilibrio e soprattutto mani che sanno ancora come costruirle e governarle.

Ma che cosa sono Is Fassonis?
Is Fassonis sono antiche imbarcazioni palustri legate soprattutto alle zone di Santa Giusta e Cabras. Lunghe circa quattro metri, venivano realizzate con is fenus, fasci di vegetazione palustre fissati e lavorati attraverso tecniche tramandate nel tempo. La loro forma caratteristica presenta una prua curva e protesa verso l’alto e una poppa più piatta, capace di dare maggiore stabilità all’imbarcazione.
La leggerezza e il silenzio permettevano ai pescatori di muoversi nelle zone paludose e nelle acque basse della laguna, rendendo Is Fassonis particolarmente adatti alla pesca e, in passato, anche alla caccia. Furono utilizzati fino alla fine degli anni Sessanta, prima di essere progressivamente sostituiti, all’inizio degli anni Settanta, da barche più moderne, maneggevoli e veloci.
Eppure la loro storia sembra andare molto più indietro nel tempo. Una raffigurazione presente nell’ipogeo di San Salvatore di Sinis e risalente al IV secolo d.C. viene indicata come una delle testimonianze della loro antichità, mentre sulla loro origine esistono diverse ipotesi: c’è chi individua similitudini con antiche imbarcazioni fenicie e chi ritiene che la loro storia possa essere ancora più remota.
Sorprende anche la somiglianza con alcune imbarcazioni tradizionali sudamericane costruite con fibre vegetali, come il caballito de totora peruviano. Mondi lontanissimi che sembrano essersi posti, davanti all’acqua, la stessa domanda: come possiamo attraversarla utilizzando quello che la natura ci mette a disposizione?
Oggi Is Fassonis non servono più alla pesca quotidiana come un tempo, ma continuano a essere costruiti e soprattutto continuano a entrare in acqua. E uno dei motivi è proprio la regata di Santa Giusta.

Una regata che continua dal 1978
La Regata de Is Fassonis va avanti dal 1978. Quasi mezzo secolo di persone che tornano sull’acqua per mantenere viva non soltanto una competizione, ma un sapere.
Ed eccoci al momento della gara.
Conosco diversi partecipanti, ma logicamente il mio cuore — si fa per dire — tifa per Davide e Marco Pilli. Fa caldo, c’è tanta gente e c’è un’atmosfera particolare, diversa da quella che solitamente si incontra durante una processione o una sfilata in abito tradizionale.
Qui c’è gente comune, ci sono famiglie, persone anziane, bambini, fotografi con le macchine fotografiche e persone con il telefonino in mano. Tutti, però, guardano nella stessa direzione: la laguna di Santa Giusta.
Detta così può sembrare una frase poetica. Ma dopo essere stato tante volte qui, per me non lo è.
Pronti, via.
La gara comincia e Is Fassonis entrano in acqua. È proprio in quel momento che si capisce quanto siano straordinarie queste imbarcazioni. Viste ferme sulla riva incuriosiscono; viste muoversi sulla laguna acquistano improvvisamente un’altra vita.
I partecipanti spingono, cercano velocità, mantengono l’equilibrio. Il pubblico segue la gara, ma io, mentre fotografo, a un certo punto mi accorgo che sto guardando qualcosa che va oltre la competizione.
Certo, stanno gareggiando. Ma dal mio punto di vista stanno soprattutto facendo vedere il loro legame con la laguna.

I guardiani della laguna
Ed è qui che ritorna quella definizione che mi era venuta in mente all’inizio.
Io li definirei tutti guardiani della laguna.
Lo sono Davide e Marco, lo sono gli altri partecipanti, dalle ragazze alle persone più grandi. Lo è chi continua a costruire Is Fassonis e chi insegna a qualcun altro come utilizzarli. Lo è Severino quando intreccia una nassa e, in un certo senso, lo sono anche quei bambini che poche ore prima sfilavano per le vie di Santa Giusta.
Perché custodire una tradizione non significa metterla dentro una teca. Significa usarla, sporcarsi le mani, entrare nell’acqua, insegnarla e soprattutto fare in modo che qualcuno, domani, abbia ancora voglia di impararla.
Ed è qui che anche l’intreccio diventa parte dello stesso racconto. In Sardegna le fibre vegetali e le diverse tecniche di lavorazione hanno accompagnato per secoli la vita quotidiana: cesti per il pane, stuoie, sedute, oggetti utilizzati nelle cerimonie e strumenti destinati al lavoro, come le nasse per la pesca.
Oggetti nati non per essere esposti, ma per essere utilizzati. Dietro un intreccio c’è una mano, ma dietro quella mano ci sono anni di osservazione, tentativi, errori e insegnamenti ricevuti da qualcun altro. Quando quella conoscenza non viene più trasmessa, non perdiamo soltanto un oggetto. Perdiamo un linguaggio.

Se il prossimo anno fa caldo, andate lo stesso
Arrivato alla fine della giornata, il consiglio che posso darvi è molto semplice. Se il prossimo anno, quando arriverà il momento della Regata de Is Fassonis, farà caldo e starete pensando di rimanere a casa, cambiate programma.
Prendete la macchina, arrivate a Santa Giusta, cercate parcheggio e aspettate la sfilata. Guardate i bambini con gli abiti tradizionali e le persone anziane davanti alle loro case. Poi raggiungete la laguna, trovatevi un angolo e guardate.
Guardate con quanta energia queste persone riescono a far muovere Is Fassonis sull’acqua. Guardate l’equilibrio necessario, guardate le mani e pensate che quelle strane imbarcazioni, oggi protagoniste di una regata, un tempo erano strumenti di lavoro.
Non importa se siete sardi. Non importa se venite dal resto d’Italia o se non avete mai sentito parlare di questa tradizione. Non serve conoscerne prima tutta la storia per capirne il fascino.
E poi, finita la regata, magari fermatevi anche alla Sagra del pesce arrosto. Perché siamo pur sempre in Sardegna.
Ma prima di andarvene guardate ancora una volta verso l’acqua.
Perché quello che avete davanti non è soltanto folklore e non è soltanto una gara. È una comunità che si ritrova intorno alla propria laguna e cerca di mantenere vivo qualcosa che appartiene alla propria storia.
E finché ci saranno mani capaci di intrecciare, ragazzi disposti a imparare, bambini pronti a sfilare e uomini e donne capaci di salire su Is Fassonis e spingerli sull’acqua, questa storia continuerà a vivere.

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I guardiani della laguna sono ancora qui.





















































































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