La cultura fotografica fa bene ?

La cultura fotografica fa bene ?

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{La cultura fotografica fa bene ?} Verità e dubbi di scatto

{La cultura fotografica fa bene ?} Me lo sono chiesto proprio ieri, con i piedi affondati nella polvere di un entroterra sardo che profumava di mirto e vento caldo, mentre aspettavo che un anziano pastore alzasse lo sguardo verso la luce. È una domanda che suona quasi come una provocazione bella e buona. E infatti lo è. La giro subito anche a voi: secondo voi, farsi un bagaglio culturale fotografico enorme aiuta, o finisce per fare malissimo?

Per chi non mi conoscesse, mi chiamo Davide Baraldi. Da vent’anni porto avanti Famolostrano, un progetto fotografico indipendente, un atto d’amore visivo verso la mia Sardegna. Come fotografo documentarista mi piace definirmi un moderno menestrello: non ho un liuto, uso la macchina fotografica per trasformare questa terra in un racconto vivo, profondo e, soprattutto, umano. Nelle mie immagini non c’è spazio per le pose costruite o per le finzioni; cerco i frammenti di realtà vissuta, i riti antichi che ancora pulsano, le emozioni rubate alla spontaneità di un momento irripetibile. Ma è proprio qui, nel mezzo di questo flusso crudo di verità, che il dubbio mi assale.

Parliamoci chiaro: non mi riferisco alla cultura dei megapixel o all’ultimo sensore iper-tecnologico. Parlo della fotografia vera, quella stampata, quella che respira sulle pagine dei libri. Noi facciamo immagini con la fotocamera, ma è solo quando le stampiamo che diventano fotografie.

Ragnar Axelsson fotografo
Ragnar Axelsson fotografo

Il peso invisibile dei grandi maestri nello zaino

Spesso mi chiedo se i grandi maestri – quelli che ci escono dalle orecchie a forza di sentirli nominare, ma che rimangono fari indiscussi – mi abbiano realmente aiutato a vedere meglio o se, paradossalmente, mi abbiano bloccato la vista.

Usciamo per un attimo dalla logica tossica dei social network e parliamo di chi ha fatto la storia: maestri del reportage, della moda, dello still life, della strada. Ci hanno insegnato la composizione, la magia del bianco e nero, l’uso corretto e scorretto del colore, l’attesa spasmodica dell’attimo fuggente.

Quando cammino per le strade dei paesini sardi, con la cinghia della fotocamera attorcigliata al polso, sento le loro voci nella testa. Scatto perché penso a loro. O, peggio, non scatto perché penso a loro. Se hai una solida cultura fotografica, il tuo cervello è un archivio ingombrante. E non parlo solo delle nozioni base, ma di quelle storie pazzesche che ti formano:

  • Elliott Erwitt, il genio dell’ironia visiva. Ha immortalato icone come Marilyn o Che Guevara, ma alla fine preferiva i cani. Perché? “Non si oppongono a essere fotografati e non chiedono stampe”, rispondeva. Un cinismo meraviglioso che mi fa sorridere ogni volta che incrocio un randagio nei vicoli.
  • Garry Winogrand, l’energia pura della strada americana in bianco e nero. Sapevate che scattò in segreto oltre 45.000 diapositive a colori? Rimasero inedite per decenni perché nel ’67, al MoMA, un proiettore prese fuoco bruciandone alcune.
  • Josef Koudelka. Nel ’68 fotografò i carri armati a Praga e le sue foto fecero il giro del mondo firmate da un “collettivo anonimo” per salvargli la vita. Poi ha vissuto da nomade con le comunità Rom, con un’empatia che cerco di replicare ogni volta che mi siedo a bere un bicchiere di Cannonau con gli sconosciuti nei bar di paese.
  • Nan Goldin, che ha distrutto la distanza tra fotografo e soggetto. Il suo The Ballad of Sexual Dependency ci ha sbattuto in faccia amori, traumi e intimità senza alcun filtro.
  • Richard Misrach, che ci inganna con paesaggi sublimi, come in Cancer Alley, usando tramonti perfetti come esca per farti guardare il disastro ambientale delle ciminiere.
  • E poi i provocatori. Jeff Wall che costruisce scatti documentaristici in studio come fossero set di Hollywood. Lars Tunbjörk e la sua alienazione degli uffici satura di colori artificiali (che ha ispirato la serie tv Severance). L’incredibile Inge Morath, prima donna alla Magnum, poliglotta geniale sopravvissuta alla guerra. Il mistero di Vivian Maier, la bambinaia spia. O Daido Moriyama, che ha preso le regole della “buona fotografia” e le ha fatte a pezzi con scatti sgranati, fuori fuoco e storti, guidato dal puro istinto viscerale.
The Americans di Robert Frank
The Americans di Robert Frank

Tra l’ignoranza beata e l’ansia da scatto

Con tutte queste voci in testa, a volte esco e mi blocco. Non c’è la luce giusta. Sono già stato in quel posto mille volte e il mio target di riferimento non capirebbe una variazione sul tema. Oppure, brutalmente, non esco per pigrizia, convinto a livello inconscio che non sarò mai in grado di produrre una foto che abbia un decimo della dignità di quelle dei maestri.

Se esco e porto a casa una foto che mi soddisfa, sono un uomo felice. Ne pubblico diverse, certo, ma dentro di me il dubbio striscia sempre. Manca un concetto, manca una linea, c’è un difetto. Ecco il pallino che ritorna. La cultura mi sta condizionando.

Avete mai notato che senza cultura fotografica tutto sembra incredibilmente più facile? Vedo persone che scattano 72 foto, ne pubblicano 72 senza verificare nulla, mosso, sfocatura e dormono sonni tranquillissimi. Non si chiedono se la composizione regge, se la luce ha un senso. Sono felici. E attenzione, non li sto giudicando dall’alto di un piedistallo. Sul mio sito ho perfino integrato un sistema che mi aiuta ad analizzare i difetti delle mie foto. Quando mi fa notare che un’inquadratura pende o c’è un elemento di disturbo che a me sembrava poetico, mi urta i nervi. Ma in fondo, so che ha ragione. E allora mi chiedo: dovremmo migliorare continuamente o fregarcene, scattare a raffica e usare tre filtri preimpostati?

Poi c’è il capitolo post-produzione. Intendo quella leggera, in stile camera oscura, non quella manipolazione digitale pesante che stira la pelle e cambia il cielo. Quella è arte digitale, la rispetto, ma semplicemente non è il mio modo di fotografare la realtà.

Tra l'ignoranza beata e l'ansia da scatto
Famolostrano: Le fotografie sono semplici ricordi

“Ma Davide, se la cultura blocca, non è meglio ignorarla?”

Forse te lo stai chiedendo in questo momento. Ti capisco, è un dubbio legittimo. La risposta più autentica che posso darti è: no, l’ignoranza non è mai la vera soluzione. Sapere le regole ti permette di romperle con consapevolezza, come faceva Moriyama, non per caso. Il blocco che provi davanti a una scena è rispetto. È la tua sensibilità che si sta affinando. Non spaventarti se scatti meno: significa solo che stai imparando a “vedere” meglio prima ancora di premere l’otturatore. Rassicurati, quel momento di esitazione è il confine tra chi scatta una foto e chi fa una fotografia.

Francesco Cito
foto di: Francesco Cito

L’impatto della cultura visiva oggi: una riflessione

{La cultura fotografica fa bene ?} Oggi, in un’era in cui siamo bombardati da miliardi di immagini vuote, avere una base culturale è la nostra unica ancora di salvezza. Ci sono dibattiti assurdi la fuori: “Eh, ma tu non usi una Full Frame”, credendo erroneamente che sia la discendente diretta della qualità e dimenticando che il 35mm indicava l’altezza della pellicola cinematografica, non la superiorità di un sensore. Discutiamo del triangolo dell’esposizione dimenticandoci che è una semplificazione moderna.

Torno sempre a un paragone che mi è caro: la fotografia è come la cucina. Un grande chef non smette mai di sperimentare, ma le sue invenzioni si poggiano su una conoscenza profonda delle materie prime, sull’esperienza, sulla cultura gastronomica. Noi fotografi cuciniamo con la luce. Abbiamo gli ingredienti delle immagini che abbiamo metabolizzato nei libri e nelle mostre. Abbiamo le chiacchierate con gli amici, simili a quelle di Cartier-Bresson nei salotti parigini, dove la fotografia veniva discussa animatamente ore prima di scendere in strada.

Volutamente non ho parlato di attrezzatura. L’attrezzatura non è la fotografia. Un fornello serve per cucinare, ma puoi preparare un capolavoro anche sulla brace viva. La macchina fotografica ti serve per registrare un’immagine, ma che tu abbia l’ultima mirrorless o un telefono sbeccato, quello che vuoi trasmettere nasce dalla tua testa e dal tuo cuore. È un’urgenza personale che poi diventa condivisione.

La fotografia è morta?

Alla fine della fiera: e tu, che ingredienti usi?

Alla fine della fiera, questo mio progetto Famolostrano mi ha insegnato che narrare la verità senza filtri, osservare con il cuore aperto e celebrare la bellezza ruvida delle cose richiede coraggio. E la cultura ti dà quel coraggio, anche se a volte ti fa tremare le gambe prima di scattare.

Vorrei davvero sapere cosa ne pensate. È un mio pallino mentale che mi porto dietro da anni, o è una sensazione reale condivisa anche da voi? {La cultura fotografica fa bene ?}

Se vi va, scrivetelo nei commenti. Se volete scoprire il mio racconto visivo della Sardegna, esplorate il mio sito web su https://www.famolostrano.org/ o, se vi sentite ispirati e volete farmi una chiacchierata, scrivetemi a famolostrano@icloud.com. Alla prossima luce!

Disclaimer

Famolostrano di Davide Baraldi
Famolostrano di Davide Baraldi

Davide Baraldi Narratore digitale e anima di Famolostrano, racconto il mondo attraverso la fotografia, catturando storie autentiche, emozioni sincere e dettagli nascosti.
Ogni scatto è un frammento di vita, un viaggio visivo che trasforma l’ordinario in straordinario, con l’obiettivo di emozionare, incuriosire e lasciare un segno.

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