"No vabbè… ma davvero stai guardando le mie foto dal cellulare? Dai, non ci posso credere! Aprile su uno schermo grande, su… fai il bravo!"

Festa di Santa Vitalia a Villasor
Santa Vitalia a Villasor: più di una festa, un battito del cuore del paese
C’è qualcosa che succede a Villasor, ogni anno, quando arriva la Festa di Santa Vitalia. Qualcosa che non si spiega solo con le parole “evento religioso” o “celebrazione popolare”. No, è molto di più. È come se il paese, di colpo, prendesse un respiro profondo e si ricordasse chi è, da dove viene.
Appena ci si addentra nelle strade, già nei giorni che precedono il culmine della festa, si sente quel qualcosa nell’aria. Le finestre iniziano a vestirsi a festa, le voci rimbalzano tra i muri antichi, e c’è un fremito collettivo che si fa sempre più forte. È come se il tempo rallentasse un po’.

Tra le vie di Villasor, in cerca di qualcosa che sfugge
La prima cosa che ti colpisce, quando cammini per Villasor durante questi giorni, è quella strana sensazione di essere in un posto che ha conservato qualcosa di raro: il senso di comunità, quello vero. Ti guardi intorno e ogni casa sembra voler raccontare qualcosa — bandiere, fiori, tende ricamate, vecchie fotografie appese alle porte. Tutto vibra, tutto partecipa.
E poi c’è la musica. Le launeddas, certo, che s’infilano tra le viuzze come una preghiera che si fa melodia. Ma anche il suono dei passi, dei saluti scambiati tra vicini, dei bambini che corrono sfuggendo ai richiami delle madri. Il paese diventa teatro, e ogni scena è degna di essere fermata in uno scatto.
Io, con la macchina fotografica al collo, mi sentivo un po’ spettatore e un po’ pellegrino. Perché ogni volto, ogni gesto, ogni angolo aveva dentro un pezzo di questa storia che non smette mai di raccontarsi. C’era un nonno seduto davanti alla sua casa, con il rosario che gli scivolava tra le dita. Una bambina, vestita con il costume tradizionale, che guardava in su con gli occhi spalancati davanti alla statua della santa. E io lì, a cercare di non perdere nemmeno un frammento.

La processione: quando il silenzio vale più di mille parole
Il momento della processione… beh, lì si cambia tono. Tutto il resto — i sorrisi, le chiacchiere, il chiasso buono della festa — si mette da parte. Le campane suonano, e la statua di Santa Vitalia avanza tra la gente come se portasse con sé non solo una tradizione secolare, ma anche tutte le preghiere non dette, le speranze, i grazie sussurrati. E lì, in quel frangente, nessuno resta fuori.
C’erano gli anziani con lo sguardo lucido, i gruppi in costume, i suonatori, i bambini che non capivano fino in fondo ma che restavano incantati. E io, che pure ero lì per raccontare, mi sono ritrovato a respirare piano, per non disturbare. A sentire la pelle che si faceva pelle d’oca. Il clic della fotocamera, quasi mi sembrava di disturbarlo, quel silenzio sacro.

Quando il cielo si scurisce, si accende la festa
E poi, come in ogni buona storia, arriva la svolta. Cala la sera e cambia tutto. Le luci delle piazze si accendono una dopo l’altra, i palchi cominciano a pulsare di musica e voci, e Villasor si trasforma di nuovo — da paese devoto a paese in festa.
È un altro tipo di magia, ma non meno potente. Ho visto musicisti suonare con il cuore, ragazzini ballare come se non ci fosse un domani, coppie abbracciate su panche di legno, bambini addormentati sulle spalle dei genitori, mentre il cielo diventava un tetto trapunto di stelle.
Lì, la fotografia si fa più leggera, più viva. Non è più documentare: è giocare, ridere, seguire l’istinto. È fermare il tempo su un’espressione buffa, su una risata vera, su un brindisi che sa di amicizia e vino locale.

Non solo immagini: ricordi che restano
Alla fine, quando tutto si spegne e il silenzio torna a riempire le vie del paese, restano le immagini. Ma soprattutto, resta quello che non si può stampare: la sensazione di essere stati parte di qualcosa. Di aver vissuto, anche solo per un attimo, il battito di un’identità collettiva che resiste.
Per me, che racconto storie attraverso l’obiettivo, questa non è stata solo una cronaca. È stato un ritorno a una dimensione che spesso dimentichiamo: quella dove le persone contano più degli eventi, e le emozioni non si possono programmare.

Una parola sola? Appartenenza.
Se dovessi sintetizzarla con una parola — e non è facile — direi appartenenza. Alla propria terra, alle proprie radici, ai volti che incontri per strada e che ti salutano come se ti conoscessero da sempre.
Santa Vitalia, a Villasor, è questo: un momento che mescola sacro e profano, silenzio e festa, memoria e presente. E, onestamente, mentre rileggo queste righe e riguardo i miei scatti, sento già un piccolo nodo alla gola. Perché so che ci tornerò. Non solo per fotografare. Ma per esserci, di nuovo.
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